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Hospitality: ecco come sarà, quando smetteremo di dire “ecco come sarà”

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Sarebbe stato un lunedì qualsiasi, di quelli che davvero avremmo dimenticato già domani. Con il sole fresco e il vento che accarezza, e noi in tram, in ufficio, a scuola, in palestra. Pronti per rimpiangere il fine settimana, o già frenetici in vista di un evento hospitality al giovedì. Non possiamo nulla di tutto questo. Non adesso, ma smettiamo di pensare che non potremo più: piuttosto, dovremmo iniziare a chiederci dove andare, appena potremo.

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Negli ultimi mesi siamo stati bersagliati da una pioggia di titoloni: così cambierà questo, ecco come cambierà quell’altroNel periodo più incerto della storia recente si vaneggia su come di sicuro dovremmo trovarci a consumare, acquistare, uscire. Non sappiamo quanto ancora dovremo attenerci a decreti che cambiano ogni due giorni, e qualcuno davvero pretende di poter predire quali saranno le nostre nuove abitudini. Non è mai possibile descrivere oggi quella che sarà l’esperienza di domani, soprattutto in un settore così dipendente dall’umore, dalla giornata e dalla personalità come quello dell’ospitalità.

Non è chiaro come sarà, ma è ovvio come non sarà: non vincerà chi metterà l’ormai leggendario plexiglass trai tavoli, né chi premerà più volte o più rapidamente il grilletto delle pistole per la temperatura. Non andrà avanti chi millanterà di tavoli distanziati, specie se poi alle spalle di chi sorveglia e di chi dovrebbe essere ospite, trova il trucchetto per non perdere un paio di coperti, fregandosene dell’altrui e della propria incolumità. Non sopravviverà chi si è improvvisato ristoratore o imprenditore, sulla scia di un mercato in costante espansione e cavalcando l’onda della food addiction, della moda, della visibilità.

L’hospitality, la ristorazione, il fare da bere, sono prima di tutto vocazioni. E si badi, anche un locale valido può rivelarsi fatto di cartapesta, se alla base di una bella esperienza non si trovano i valori fondanti di chi apre la porta e lavora per gli altri. Empatia, onestà, lungimiranza, etica del lavoro: quello dell’ospitalità è un mondo dove le maschere possono purtroppo essere le più abbondanti e le più varie, che cadranno però una ad una di fronte alle realtà della vita. Quelle battaglie che ognuno combatte nel proprio universo, e che si vincono, o quantomeno si affrontano anche grazie a serate infinite al bancone di un bar, o ore trascorse al tavolo di un ristorante insieme a chi tace e ascolta. Senza l’indole innata di un oste, che è fratello, amico, genitore, prete, diavolo, genuinamente dedicato all’altrui serenità, non ci sarà posto figo che tenga. 

Vinceranno, anzi trionferanno, quei luoghi, nuovi o vecchi, che hanno costruito o saranno capaci di costruire le proprie fortune non grazie ai clienti, ma con loro. Quelle chiese sconsacrate con la serranda a metà quando è così tardi che tanto è presto, e quei templi dello stare bene gestiti e animati da chi ha occhi e anima per poter guardare e comprendere. Chi ha in sé il carattere dell’ospitalità, per quanto figlio di buona donna debba essere per poter fare a cazzotti con il commercio, non ha bisogno di mezzucci o stratagemmi per poter avere successo. Più di un piatto strepitoso o di un cocktail da ricordare, resisteranno e avranno ancora maggior merito i ristoranti e i bar dove non vedremo l’ora di tornare: perché è lì che vorremo resistere e ricominciare anche noi.

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